Il Parlamento Europeo il 15 febbraio ha ratificato il trattato di libero scambio fra Europa e Canada. Le conseguenze per l’Italia saranno devastanti, ma i grandi media o tacciono, o manipolano le informazioni al riguardo.

Un atto di fiducia lo hanno chiamato. “Bisogna cooperare con il Canada, che condivide i nostri valori e i nostri obiettivi” hanno giustificato. “Si tratta di un progetto moderno e ambizioso, buono per l’Europa”. Così Cecilia Malmstrom e gli altri parlamentari UE a favore del CETA hanno parlato del trattato di libero scambio fra Unione Europea e Canada, approvato ieri nella seduta plenaria del Parlamento Europeo. Ma non è finita qui, perché questo voto è stato “uno schiaffo a Donald Trump” e alle sue “manie di protezionismo”, o a Madame Le Pen, presente in aula, “che vuole chiudere la Francia in se stessa come l’Albania”. Ancora una volta il mondo è diviso in due blocchi, da una parte i nazionalisti “xenofobi, retrogradi e populisti”, dall’altra i progressisti globalizzatori. Peccato che Trump, per quanto eccentrico, non sia affatto un pazzo, e le sue pur piccole misure di politica nazionale (anche del protezionismo presunto del Tycoon ci sarebbe da discutere) rappresentano la lungimiranza di un popolo che, insieme agli inglesi, la globalizzazione l’ha inventata: dopo averne abbondantemente approfittato lasciano il banco prima di perdere l’intera giocata.

Perché se non ce ne fossimo accorti, le politiche neoliberiste stanno fallendo, come era d’altra parte prevedibile; si pensi che nel 2016 la crescita mondiale ha raggiunto a stento il 3%, un ritmo che il Fondo Monetario Internazionale ha definito “troppo lento”. Proprio il FMI, nella figura del suo direttore generale Christine Lagarde, all’ultimo forum economico di Davos -non certo la sagra dei populisti- ha dato un colpo di grazia alle posizioni liberiste, affermando che l’austerity è un errore, e che bisogna ritornare alla distribuzione dei redditi.

La globalizzazione è inevitabile e deve funzionare per tutti ha continuato a ripetere Christine Lagarde, il numero uno del FMI, al Forum Mondiale di Davos dello scorso gennaio.

Globalizzazione a parte, cosa comporta questo trattato? Del CETA (Comprehensive Economic Trade Agreement) su queste colonne ne abbiamo parlato diverse volte, anche approfonditamente, laddove le grandi testate nazionali gli hanno dedicato appena qualche trafiletto. Della ratifica di ieri, di un accordo dunque che decide le sorti ambientali, sanitarie, salutari, economiche e sociali di oltre 500 milioni di persone, si sono interessati solo La Repubblica e Skytg24, che hanno potuto offrire un generoso esempio di fakenews, o meglio, di informazione abilmente manipolata: vediamo come.

“Farà risparmiare agli esportatori del vecchio continente circa 500 milioni di euro”.

Detto così suona bene, ma questo valore come è stato calcolato? Da uno degli obiettivi principali del trattato, ossia l’abbattimento del 99% dei dazi doganali esistenti tra l’Unione Europea e il Canada. “Che bello! Esportare costa meno per noi e importare costa meno per i canadesi, ci guadagniamo tutti”. Peccato che il calcolo non sia matematico, e sopratutto eliminare i dazi significa che sui territori europei e canadesi potranno circolare stessi beni di diverso prezzo e valore, senza alcun controllo. Il risultato lo abbiamo già visto con l’abbattimento delle dogane tra i paesi UE, dove le piccole e medie imprese, coi loro pochi prodotti di qualità, non hanno avuto strumenti di difesa contro i colossi internazionali e la propria merce di scarsa qualità e prezzo ridotto. Ricordiamo poi di dividere la cifra già ridicola di 500 milioni per gli esportatori del vecchio continente, ossia di 28 Nazioni.

Canadian Prime Minister Justin Trudeau (L) talks with EU Council President Donald Tusk during the signing ceremony of the Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA), at the European Council in Brussels, on October 30, 2016. The EU and Canada finally signed a landmark free trade deal seven years in the making on October 30, 2016, after overcoming last-minute resistance from a small Belgian region that nearly torpedoed the entire agreement. CETA removes 99 percent of customs duties between the two sides, linking the single EU market of 28 nations with the world's 10th largest economy. / AFP / POOL / FRANCOIS LENOIR (Photo credit should read FRANCOIS LENOIR/AFP/Getty Images)

Bruxelles, 30 ottobre 2016. Il Premier canadese Justin Trudeau (a sinistra) e il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk firmano il CETA.

L’antifona l’abbiamo già sentita tempo fa, quando ci hanno rifilato una favola simile con l’euro: “con la moneta unica risparmierete tempo e denaro prima speso nei cambi valute nei vostri viaggi”, vero. Intanto per risparmiare due minuti e quattro spicci ci siamo trovati una moneta apprezzata del 30% rispetto alla lira, e i viaggi non se li può permettere più nessuno.

“Con il Ceta, il Canada apre le proprie gare d’appalto pubbliche alle imprese dell’UE in misura maggiore rispetto a quanto abbia fatto con gli altri suoi partner commerciali”

Significa che le imprese europee potranno partecipare a gare d’appalto per la fornitura di beni e servizi non solo a livello federale ma anche a livello provinciale e municipale. Vero anche questo. Ma vale pure il contrario, ossia le imprese canadesi -e americane- potranno partecipare a gare d’appalto in tutta Europa, anche a livello locale. Vuol dire che le multinazionali straniere saranno ancor più facilitate nell’accaparrarsi le nostre aziende, i nostri territori, i nostri asset e la nostra gestione. Quanto alle imprese italiane infatti, già con la sola Ue chiudono in centinaia al giorno, laddove non sono appunto comprate da “investitori stranieri”, e difficilmente avrebbero la capacità o interesse, a parte qualche rara eccezione, di aggiudicarsi gare di appalto in Canada.

“Il trattato prevede anche una maggiore forme di protezione della proprietà intellettuale e del diritto d’autore”

Qui nessuno ha da obiettare, Il diritto d’autore va assolutamente tutelato! Ma vedete, qua non si sta parlando dell’ultimo disco di Lady Gaga scaricato illegalmente da internet, la questione è ben più complessa. Per semplificarla al massimo, basti pensare che la proprietà intellettuale non è legata esclusivamente a opere d’ingegno come, appunto, opere artistiche, pittoriche, letterarie ecc, ma ai brevetti in genere. Ultimamente le multinazionali si sono specializzate nel brevettare tutto, anche quello che teoricamente è sempre stato considerato “ecumenico”. La Monsanto ad esempio, un colosso multinazionale che possiede il 70% delle sementi di tutto il mondo (ripetiamo: il 70% dei semi di ogni tipo di ortaggio o frutto di ogni angolo del pianeta), ha fatto quello che nessuno aveva mai pensato di fare, ossia brevettare qualcosa che, come un seme o una varietà di mela, è sempre stato considerato esclusivamente di madre natura, e di pubblico godimento. Ora se invece si vuole piantare un preciso seme, bisogna pagare i diritti alla Monsanto.

monsanto_skeleton.jpg--

Monsanto, la contestatissima multinazionale attiva nel campo delle biotecnologie agrarie, recentemente acquisita dalla Bayer, detiene la proprietà intellettuale sul 70% delle varietà di sementi esistenti.

Chiaro il concetto? Il CETA “costituzionalizza” questo diritto, a vantaggio esclusivo di poche, enormi, imprese senza scrupoli. Un altro esempio? Le medicine. L’India è famosa come “la farmacia dei poveri”, essendo tra i più grossi produttori di medicinali salvavita, come quelli per curare l’AIDS, a prezzi irrisori. Parlando in cifre, se un paziente per curarsi da questo virus spende in media sui 10mila dollari l’anno, in India per le stesse cure paga solo 100 dollari, perché lo Stato rinuncia a godere della tutela brevettuale. Questi farmaci low cost sono utilizzati da milioni di persone nel mondo, che non possono già più goderne, perché altre grandi imprese, brevettando il prodotto, pretendono il “diritto d’autore”. Lo Stato non è d’accordo? Benissimo, finisce davanti a un tribunale privato, come quello previsto dal CETA.

“Il Ceta prevede un nuovo sistema giudiziario per la protezione degli investimenti (ICS), con un tribunale pubblico composto da giudici indipendenti e di carriera, nominati dall’Ue e dal Canada. Le procedure saranno trasparenti, grazie a udienze pubbliche e pubblicazione dei documenti”

I giudici non sono affatti indipendenti, provenendo per la gran parte da atenei privati (guarda un po’, sostenuti prevalentemente dai fondi delle più grandi società private) o addirittura direttamente dai giuristi e consulenti delle imprese. Secondo voi, in un tribunale composto da soggetti privati o controllati da privati, che si deve esprimere sui contenuti di un trattato -di fatto- privato, nella disputa tra uno Stato (nazionale e pubblico) e un soggetto privato, a chi darà ragione? Ai posteri l’ardua sentenza.

“Il Canada ha accettato di proteggere 143 prodotti tipici che beneficiano dell’indicazione di origine, come il formaggio francese Roquefort”

Prima di tutto, si tratta di una cifra ben misera rispetto ai circa 3mila prodotti con certificazione d’origine in Europa, di cui oltre 800 italiane. Secondo poi, che significa che “accetta di proteggere” alcuni prodotti, se oltretutto già ampiamente riconosciuti e certificati? Vuol dire che il Canada è un gran furbacchione, essendo il primo a “taroccare” e imitare malamente un innumerevole serie di prodotti tipici di cui molti, manco a dirlo, italiani. Se una manciata di prodotti nostrani ed europei potrà essere tutelata per grande grazia ricevuta dal Canada, per il resto sarà la rovina totale del made in Italy.

Il Parlamento Europeo approva il CETA, scrosciano gli applausi.

Tutto questo per dire che dovremmo ormai aver imparato a diffidare dalle ricette neoliberiste, globalizzanti e sovranazionali. Senza contare che da pericoli simili (come l’eliminazione delle dogane, delle barriere non tariffarie -qualitative-, dei tribunali privati -arbitrati-, e molto altro) dobbiamo già guardarci, perché contenuti in altri trattati che abbiamo da tempo siglato, come il WTO (in italiano l’Organizzazione Mondiale del Commercio), l’Unione Europea e non soltanto. Il voto di ieri dunque è un’ennesima, e mortale pugnalata al nostro cuore di popolo, di cittadini come di consumatori. Una firma su un foglio o una “notizia” possono sembrare apparentemente lontani e distanti dai nostri problemi, ma ne sentiremo presto gli effetti sulla nostra pelle, come già il caso appunto di altre trappole quali la moneta unica. Nella seduta plenaria del Parlamento Europeo che ha approvato il trattato, l’ok dell’aula è stato accolto con tripudio e felicitazione; ricordate Star Wars? “E’ così che muore la libertà, sotto scroscianti applausi”.

SOURCE

Previous Entries World Government Summit in Dubai under the Symbol of Lucifer: World Leaders Expose Their Communist Technocratic Goal: Controlled Posthuman Robots by Artificial Intelligence Next Entries Organ Trafficking: The other Business behind the European Migrant Crisis